Usabilità, User Experience e Coding. Tre Navicelle per un Getter Robot

Tempo di lettura: 12 minuti

A.A.A. cercasi utenti che non provino imbarazzo nel leggere post su usabilità e UX su un “blog” che praticamente si rifiuta di averne, data la pigrizia (e l’incapacità sopraffina) del possessore.
 
Tra i vari impegni che non rispetto perché altrimenti dovrei cambiare nickname, c’è anche quello di voler fare (ogni tanto) dei post un minimo decenti ed un minimo “scalettati”, perciò quando evito di fare cose becere e mi dedico a roba decorosa, lo spazio per qualche riflessione ci sta bene.
 

Detto questo, il post di oggi nasce da uno stato d’animo che ha deciso di fare capolino qualche settimana fa, in alcune delle giornate lavorative in cui passo praticamente 10/12h a progettare campagne AdW.
 
Perché? Perché in quei giorni, è stato terrificante scoprire come determinate Serp fossero invase da annunci sponsorizzati relativi alla digitazione di chiavi terribili, apparentemente senza alcun senso e che portavano (SORPRESAAAAAA!) a contenuti coerenti per quelle ricerche (quindi, spesso contenuti ad-cazzum), avendo anche una casistica mensile di ricerche praticamente esagerata. Ah si, e spesso non erano nemmeno chiavi secche, quindi rivelavano davvero una sorta di macro-pensiero di un target predefinito di personas che stavano a rappresentare una nicchia lavorativamente appetibile per chi ci stesse investendo.
 
Tutto questo casino di roba, ad un certo punto mi ha quasi portato a pensare che, se uno sta lì a perdere tempo per digitare davvero certe cose sulla search box del motore, ha probabilmente davvero intenzione di trovarle, e quindi mi chiedevo allora a che minchia servono tutte le attenzioni, le cure, i progetti e le cose decentemente fatte se poi sono lì a rischiare seriamente di trovarmi online uno che potrebbe avere la sensibilità estetica e la capacità di interpretazione di un macaco affamato, e probabilmente sul mio sito/blog/roba-online-adcasum cerca solo un bottone appariscente per fare quel che vuole.
 
C’è da dire però, che dopo gli attimi di sclero vero, conditi con epiteti impronunciabili pubblicamente, il tutto alla fine m’è servito a buttare giù qualcosa di buono (spero) per giustificare il lavoro tremendo che bisogna fare ogni volta su progetti che lo meritano, per persone che lo meritano, e probabilmente per utenti che lo meritano, al fine di poter creare qualcosa che veramente doni valore sia a chi ne usufruisce che a chi lo mette a disposizione, generando un guadagno reciproco di una qualsivoglia natura.
 
NB: Che lo meritano, SI. Oh, non sono qui a fare il buon samaritano e tra i buoni propositi per il prossimo avvenire c’è pure quello di peggiorare caratterialmente, quindi se non mi piaci, t’attacchi.
 
Torniamo adesso al titolo e vediamo di capire perché ci ho infilato dentro quelle 3 cose e quel robottone in particolare (non solo perché avevo in mente un determinato cartone e mi serviva l’argomento eh).
 

L’Usabilità: Navicella 1. Di solito è quella rossa, la più figa, e forma la testa del robottone (fateci caso).

Parlare di usabilità è complicato. È un parolone micidiale, ed il concetto generale che racchiude, proviene direttamente dall’ergonomia (sia classica che cognitiva), una materia/scienza che si occupa degli aspetti fisici, motori e psicologici che esistono nella relazione tra il corpo umano e gli artefatti con cui interagisce, per cui parliamo di qualcosa che potrebbe davvero abbracciare ogni singolo ambito della vita quotidiana di ogni individuo. Per quel che riguarda noi (fortunatamente), possiamo fare riferimento invece ad una minuscola parte di tutta l’usabililtà, e parliamo di quella legata al mondo del web e dei suoi contenuti. Ne discutiamo sempre “brevemente” evitando un vero e proprio simposio, ma se vorrete, in un capitolo a parte, approfondiremo la questione per bene.
 
Dunque, L’usabilità di un progetto online definisce pienamente il grado di efficienza che questo “coso” pone nei confronti dello User che lo visita/sfrutta. “L’usabilità dei siti internet” è una sorta di assicella che DEVE definire quanto un sito/blog/portale/software/ect. è semplice appunto da usare.
 
Come si definisce se un progetto è usabile?
Definire l’effettiva Usabilità di un lavoro è un processo lungo, ed è una procedura che, in fase di valutazione finale del prodotto, rischia di mettere in dubbio anche tutto quello che è stato speso in termini di progettazione, budget, impegno sul campo, giornate-uomo e via dicendo per una prima realizzazione. Se siamo abbastanza preparati in materia e/o ci va di approdondire, possiamo però scoprire tuttava che attraverso 4 passaggi MACRO, ognuno contenente vari step di approfondimento, è possibile farsi un’idea base (da utenti che interagiscono con un sito) di quello che accade, e capire se il “luogo” dove siamo capitati, è più o meno usabile.
 
Ecco quì sotto elencate tutte le aree principali per cui poter approntare (anche autonomamente, con un minimo di formazione, un piccolo check).

Accessibilità

Quello di cui a prima occhiata, dovremmo avere subito riscontro senza nessun tipo di intopppo.
 
1) I tempi di caricamento devono essere decisamente brevi, indipendentemente dalla banda di navigazione che viene usata;
2) I font devono essere leggibili, orizzontalmente e verticalmente: caratteri non appiccicati tra loro ed una spaziatura verticale coerente;
3) Il contrasto Background/Foreground deve essere netto e compresibile;
4) Le immagini devono avere gli attributi (ALT) coerenti e significativi;
5) Bisogna evitare l’uso eccessivo di effetti grafici non necessari e che possono disturbare/distrarre l’utente in cerca di informazioni;
6) Le Pagine di errore: evitiamole con check molto frequenti o gestiamo i vari errori possibili sui server, con documenti personalizzati ed esplicativi (Es. La famosa pagina 404 di quando manca qualcosa).

Identità

Misura il grado di ricoscibilità che dobbiamo avere ed il grado di fiducia che dobbiamo instaurare con l’utente che arriva da noi.
 
1) L’home page deve essere chiara, rapida nel caricamento e immediatamente “focussata” su quel che facciamo. L’utente deve capire di primo acchitto di cosa ci occupiamo;
2) Il logo. Anch’esso visibile e memorabile. È il primo passo per attestarci come marchio e crea immediatamente un inconscio rapporto di fiducia (non fate come me quindi);
3) Una tag-line rapida, magari non commercialissima ed immediatamente sotto il logo (se possibile);
4) Il nostro “chi siamo”, info sulla nostra realtà. Non nascondiamole perché il processo di fidelizzazione passa anche da quelle poche righe;
5) Vari metodi di contatto. La reperibilità è fondamentale. Devono poterci contattare, magari non solo attraverso un form, ma con un telefono ed una mail “in chiaro”.

Navigazione

I primi incidenti di percorso li troviamo proprio qui. Non sempre è ideale ed a volte è davvero fuorviante.
 
1) Adottiamo sempre un menu principale chiaro per posizione e descrizione delle voci, non troppo lungo e contenuti raggiungibili in non più di 3 click, anche se molto approfonditi;
2) I CSS sui link devono essere chiari. Colori giusti, possibilmente sottolineati, anchor-text inequivocabili e giuste nel contesto in cui si trovano;
3) Sembra scontato, ma collegare il logo all’homepage aiuta molto;
4) Pensiamo ad una ricerca interna. Non diamo per scontato che tutto sia perfettamente chiaro all’utente finale. In fondo potrebbe non trovare una mazza comunque!

Contenuti

Pippone trito e ri-trito ma oh… se devono essere fatti ad un certo modo un motivo ci sarà.
 
1) Titoli semplici, descrittivi ed impaginati con i tag (h1/h2/h3 etc.) giusti;
2) Mettiamo sempre il contenuto principale Above The Fold, subito leggibile senza dover scrollare mai. Facciamo caso al lato responsive del web;
3) Adottiamo un minimo di coerenza estetica con fattezze, colori e modo di scrivere nostro (riconoscibile). Correttezza sempre ma con stile;
4) Dobbiamo evitare al massimo pop-up, annunci, banner, suoni in automatico e distrazioni in generale;
5) I tag titoli e descrizioni HTML: facciamo che siano utili per utenti e motori. Le accozzaglie di Keyword andavano bene nella preistoria del web (forse).

 
Tutto sommato, pur non essendo esperti del mestiere, se ci mettiamo a spuntarli uno ad uno, qualcuno dei punti nel mega-elenco è verificabile in tranquillità, ed una mezza idea se la può fare serenamente chiunque sia un minimo curioso di scoprire cose nuove.
 
Però… Come si esegue un test più realistico?
Con il tempo, tanto. Il lavoro andrebbe fatto da gruppi specializzati, mettendo in conto giornate-studio in cui, con dei compiti assegnati a personas ben identificate su una scala piuttosto grande, vengono valutate delle metriche ben precise come quelle che metto qui sotto.

Apprendibilità

Ossia quanto può essere facile per un utente casuale, effettuare azioni e/o reperire informazioni basilari su quello per cui (presumibilmente) è lì sulla nostra risorsa e vi approccia per la prima volta.

Efficienza

È il grado di comfort che la nostra interfaccia mette a disposizione dell’utenza. Ossia, misura la facilità con cui un utente che dovrebbe aver preso la mano con il nostro progetto, migliora il suo grado di utilizzo reiterando le interazioni con una certa frequenza.

Memorabilità

La capacità della nostra interfaccia di rimanere “facile nell’utilizzo” anche dopo un po’ che non la si usa. Praticamente, un po’ come il concetto di andare in biciletta. Se non lo dimentichi (e chi dimentica di andare in bici?), vuol dire che worka.

Errori

(Più o meno previsti): Quanto è facile commetterne nell’utilizzo del nostro progetto? Sono gravi? Sono “incentivati”? Sono moderabili?

Soddisfazione

Quanto piace all’utente usare l’interfaccia? Torna? Torna spesso? La usa velocemente?

 
Detto a grandissime linee, questo è quello che è (o dovrebbe essere) inteso come Usabilità di un sito web.
Quello che invece (ahimè) è spesso spiegato/capito/percepito è il concetto che sta un po’ più sotto e che tra qualche istante andremo a vedere. La User Experience. Ma andiamo per gradi e prima un intermezzo per mettere un pochino due paletti per terra.
 

L’Usabilità non coincide con La User Experience

(No, nel titolo grande non mi sono rincoglionito, o almeno non del tutto.)
 
Non è facilissimo da scindere come argomento perché effettivamente, entrambe le cose hanno a che fare con un determinato tipo di utente che interagisce con qualcosa che è progettato per lui.
La differenza sostanziale però (almeno per me) è che l’usabilità misura principalmente caratteristiche, performance e qualità DI UNA INTERFACCIA nei confronti di una utenza.
 
La User Experience, proprio come il nome, dà priorità invece alla soddisfazione, all’esperienza (appunto) ed al grado di gradimento dell’utente nell’atto di interagire con quella interfaccia. Non è riferita (passatemi la cosa) ALLA MACCHINA, ma all’aspetto meramente umano della cosa.
 
In un certo senso mi verrebbe da dire che L’usabilità viene prima della UX (poi dipende da lavoro a lavoro), sia in senso temporale, perché probabilmente un utente casuale prende approccio prima con quella e solo dopo tenta di trarne un giovamento, che in senso di processo strutturato, perché non possiamo valutare l’effettivo valore dell’esperienza utente se non gli forniamo strumenti (attivi e passivi) per averne una almeno decente.
E poi oh, i robottoni uno inizia a guardarli dalla testa quindi ci sta. (delirio di un attimo, scusate).

Allora:
Usabilità misura il progetto nei confornti dello user;
User Experience misura lo user in relazione con il progetto.

 
L’Usabilità può essere allora definita come un aspetto più “freddo” della cosa, perché obiettivamente deve aiutare l’SI (soggetto ignoto, date la colpa a Criminal Minds) ad interagire con quello che proponiamo, permettendogli di raggingere l’obiettivo che abbiamo in mente per lui senza intoppi.
La User Experience è l’aspetto più gradevole invece, che interviene nel mentre e dopo l’esser passati per l’usabilità, misurando la soddisfazione data dalla stessa.
 
Possono esistere separate?
Tecnicamente si, perché se ce ne sbattiamo di trovare il modo di rendere la vita facile agli utenti/clienti, ce ne sbattiamo della prima, e se gli diamo la pappa pronta ma senza un briciolo di gratificazione per usufruirne, buttiamo nel cesso la seconda. Diciamo che sarebbe perciò più corretto dire che una non esiste senza l’altra, ma sappiamo tutti benissimo che poi tra tempo, ore, budget, desideri del cliente e altre menate, spesso e volentieri almeno una delle due finisce a gentil donne.
 
Che dite, ci siamo? Adesso, dopo avervi rincoglioniti con la prima parte, fate pausa, prendiamo due cookie con la cioccolata e passiamo a vedere di cosa tratta la seconda: la UX.
 

User Experience: Navicella 2. Il corpo del robottone, la parte con le armi segrete e le asce galattiche che piacciono tanto.

Una volta che con l’usabilità abbiamo guidato l’utente a quello che vuole (o che vogliamo per lui, dipende da quanto siamo “persuasivi”), La UX deve servire a snocciolare la questione in maniera adatta, convincere, deliziare e SODDISFARE la ricerca per offrire la soluzione alle specifiche esigenze dell’utente e fare in modo che tutto questo processo sia gratificante e stimoli a tornare da noi per altre soluzioni.
 
Ma non solo quello. Lo scopo ultimo dell’UX, è quello di poter ben percepire ed anche influenzare tutti gli aspetti o i campi di benchmarking che gravitano attorno ad un progetto specifico, fornendo di continuo dati volti a migliorare (o meglio a perfezionare) quello che viene offerto, sulla base delle esigenze del target che ci interessa.
 
Esiste un grafico specifico che identifica in maniera ineccepibile questi campi. Ideato da Peter Morville (trovate grafico e Peter su wikipedia) , esemplifica alla perfezione davvero tutto. Lo metto anche qui sotto.
Praticamente parliamo di 7 fattori che guidano e misurano il concetto di UX.

Sette caratteristiche e pilastri fondamentali da cui partire per capire se stiamo andando nella direzione giusta. Sette armi segrete da sfoderare per dare il meglio di noi stessi. Partiamo dal centro e poi ci allarghiamo passandoli tutti uno ad uno.

Preziosità/Ricchezza

Concetto stra-usato e abusato, ma che è imprenscindibile se vogliamo catturare e fidelizzare un seguito. Indipendentemente dal settore in cui ci stiamo muovendo, è necessario poter offrire contenuti preziosi, di valore e che in qualche modo risolvano esigenze, creando interesse verso il nostro progetto. La User Experience, intesa anche come grado di comfort offerto e di preparazione su certi concetti, passa in primo luogo dai contenuti che offriamo.

Utilità

Immediatamente sopra del primo, ma (per me) a cascata di quest’ultimo perché presupponendo che la risorsa di base sia volta ad uno o più specifici argomenti delineati in maniera quantomeno chiara, è necessario che chi arriva da noi percepisca l’effettiva utilità di quello che vede. Lo scopo deve essere chiaro altrimenti perdiamo l’aggancio e tutto il resto è fuffa.

Usabilità

OK, diciamo che siamo riusciti a prendere contatto con chi ci interessa. Navigazione chiara ed informazioni SUBITO a portata di mano. Chi realizza l’interfaccia (forse) è l’ultimo a doverne rimanere soddisfatto nell’usarla (e fidatevi, da nerd, spesso è la situazione principe in cui si cade). L’utente medio non è in grado di percepire fattezze troppo complesse o passaggi che richiedano azioni troppo specifiche per essere compiuti. La pappa pronta no perché sminuiamo troppo chi arriva, ma un flusso coerente di informazioni raggiungibili chiaramente si.

Desiderabilità

Se ti sto navigando/usando, devo desiderati. Il mio ex datore di lavoro diceva sempre una cosa: “Un oggetto/prodotto, per essere vendibile deve essere desiderabile e fotografabile”. Ecco, nel settore del Web soprattutto, questa cosa ci sta d’incanto. Il tuo progetto, l’interfaccia e quello che offri devono essere davvero appetibili sotto ogni punto di vista. Senza esagerare, potrebbero essere addirittura aspirazionali.

Credibilità

Ti voglio perché sei bello ma sei anche credibile. Sempre. Devo fidarmi. La credibilità è alla base del buon commercio. Se quello che hai è credibile, allora funziona ed offre la sicurezza ed il comfort necessari al miglioramento della User Experience ed alla fidelizzazione della tua utenza.

Trovabilità

Puoi essere bellissimo, usabilissimo e ricchissimo di contenuti UAU. Ma se non ti trovo, come faccio ad apprezzarti?

Accessibilità

Troviamo anche nel concetto di UX una parte dedicata all’accessibilità. Il campo di intervento è talmente vario che le problematiche da oltrepassare spaziano davvero in molteplici campi. Quello che proponi infatti, deve essere sempre accessibile e pienamente fruibile, indipendentemente da device, tipo di connessione e capacità di accesso dell’utente. Non dimentichiamo mai, che non tutti gli user sono uguali, e per molti, quello che a nostro avviso è una cosa banale, rischia di essere un ostacolo enorme. Per contenuti e progetti altamente informativi ad esempio, ricordiamoci che un grande sforzo va fatto per trovare un giusto connubio per i fattori di accessibilità dedicati alle persone diversamente abili, che devono munirsi di strumenti particolari per accedere più facilmente al web (prendiamo ad esempio i display braille per lettori non vedenti).

 
Ed eccoli qui ± snocciolati tutti e sette. Non mali no?! Sembrano scontati, ma dopo averli letti e capiti, provate a navigare su una risorsa a caso (che magari vi piace pure) e contate quanti di questi ne rispetta (non lo fate con me, sarebbe troppo deludente!).

Questi sette passi fondamentali poi, rispondono a domande che tutti in linea di massima ci poniamo ed a cui tutti vogliamo (più o meno inconsciamente) sempre delle risposte davvero positive.
 
Ho trovato subito questa risorsa mentre cercavo di risolvere una mia esigenza?
• Dopo esserci stato mi ha lasciato qualcosa? È stata utile allo scopo?
• Al di là dell’utilità in quel dato momento, ci tornerei? La userei come punto fermo?

 
E adesso… TA!DAAAAAAAAAA! Eccoci finalmente arrivati alla parte del tecnico sgradevole (io, ovvio). Abbiamo visto fin’ora Usabilità e User Experience. Ma per progettare ste cose, come si fa?

Coding: Navicella 3. Le gambe del robottone, le fondamenta per reggere bene il gigante.

Nella questione del Coding, vanno a finire sempre le discussioni sul come fare, a quale piattaforma appoggiarsi, se usare un liguaggio piuttosto che un altro etc. etc.
Ad oggi, per realizzare un progetto (WEB) davvero meritevole di attenzioni e con uno studio accurato sull’esperienza utente, possiamo scegliere di base un paio di soluzioni a seconda di budget, tempi e aspettative.

Sviluppo proprietario ed estremamente cucito addosso al pubblico riferimento;
CMS – Content Management System (possibilmente open source).

 
Io sono un nerd maledetto (vivo malissimo eh) e se posso le cose le faccio a manina prediligendo la soluzione uno, ma diciamoci la verità… su 100 clienti siamo fortunati se a quei livelli ne capita uno.
 
Quindi ho imparato con il tempo a non disprezzare l’utilizzo di CMS o tool vari, relativamente a quello che devo fare ed anche relativamente alle risorse (umane) a cui debbano “andare in mano” le cose una volta consegnato il lavoro.
 
Parlando di CMS (sempre di siti alla fine si tratta no?!), a tratti molto generali, mi verrebbe da dire che più o meno tutti i più conosciuti sono piattaforme mature per poter fare un discorso legato all’esperienza utente e tutti sono ampiamente personalizzabili con e senza plugin o robe precotte in aggiunta, se abbiamo le conoscenze di coding adatte.
La difficoltà sta solo nel capire quanto potenziale c’è nascosto sotto il progetto che stiamo portando avanti ed effettivamente riuscire (se possibile) ad immaginare il tutto presupponendo già una struttura di una importanza predefinita.
 
Io normalmente, almeno per i clienti che mi sono messo in testa di seguire (sempre se non me li mangio vivi a metà strada perché ho la pazienza di un tirannosauro stressato – Cit. che Ben conosce benissimo ) ho deciso di specializzarmi su 3 CMS in particolare, che ho diviso in base alla fascia DI UTENTE con cui ho a che fare e che prescinde in realtà dall’effettivo valore della piattaforma o del progetto da realizzare.
 
Sembra una bestialità vero? Avete ragione da vendere ma un utente medio che si rivolge a noi per un lavoro o una problematica legata ad una situazione (volendo anche) pre-esistente, non sa mediamente nulla di quello che ha in mano, e realizzare un prodotto (che poi vorrà gestire da solo probabilmente) con un linguaggio/CMS molto potente ma fin troppo complesso può essere un problema nella gestione del post-consegna, a meno che non ci piaccia (ovviamente pagati eh) prevedere giornate formative, realizzare guide, correre in soccorso di emergenza quando si spingono pulsanti a caso (non tutti gli utenti accettano di avere i privilegi di un due di coppe quando regna a denari) etc.
 
E poi oh, diciamolo… io il buon samaritano non lo faccio. Ecco, l’ho detto. Di passare sempre per quello che si accolla i cazzi e le “stortezze” degli altri non mi va più di tanto.
Ma lasciando stare elucubrazioni varie sull’odio per il mondo circostante, i 3 CMS che normalmente finiscono in mezzo sono (in ordine crescente di comprensibilità lato utente) WordPress, Prestashop e Drupal.

Perché?
• Perché sono conosciuti “anche solo per sentito dire” (il primo soprattutto);
• Perché sono open Source;
• Perché hanno attorno community sempre molto preparate e VIVE;
• Perché il supporto anche con plugin e temi grafici adatti a tutto è enorme;
• Perché stanno maturando bene come struttura e servizio offerto;
Perché poi alla fine sono “più skilled” con quelli e pigro per non cercarne di nuovi.

 
Come faccio a sceglierli ogni volta?
Sicuro NON in base al budget, o almeno non è quello il parametro fondamentale. Il budget deve coprire le ore di lavoro e onestamente non serve per giustificare un mezzo. Se sei padrone della cosa non ti cambia niente (o quasi) lato sviluppo e l’utente non può pagare un lavoro di cui non ha (e non avrà mai) percezione in base al fatto che ti ci vorrebbe di più a farlo con A anziché B.
 
Scelgo sempre in base all’ampiezza della richiesta ed all’autonomia che si vuole avere.
Un grosso portale per un istituto di formazione, con tanto di corsi, proposte, form da gestire, registrazione utenti, calendari, documenti, multilingua, grandi database relazionali e un hosting almeno semi-dedicato non lo farei MAI con WordPress ma ricorrerei a strutture più grandi come Drupal. Le risorse a disposizione sono in ogni caso infinite ed anche a livello internazionale, progetti decisamente “di un certo tipo” trovano riscontro positivo con questo CMS, quindi la community è attiva. La curva di apprendimento iniziale è come una salita in bici al 45% eh, ma le potenzialità sono spaventose.
 
Un sito aziendale anche piuttosto ricco invece, che deve avere un tema decisamente accattivante e magari un blog fresco, convincente e che deve colpire subito all’occhio pur non lesinando in fatto di interattività, rimanendo (almeno per me eh) in una fascia di complessità medio bassa lo faccio super-volentieri con WordPress. Diciamolo, Wp ad oggi è un CMS abbastanza maturo per assolvere anche a compiti non proprio solo istituzionali, ma quello che ci colpisce di più se siamo del mestiere, è l’enorme quantità e qualità di temi grafici e plugin a disposizione, che poi coprono molto bene le richieste solite dei clienti medi e le aspettative di molte delle personas interessate a certi target.
 
E Prestashop? Forse perché è stato il primo che ho usato, forse perché mi ci trovo bene e il back-end mi piace un sacco e forse perché a mio avviso per progetti su Ecommerce vari mi pare una soluzione in mezzo tra quantità e qualità rispetto ad altri, lo reputo una vera macchina da guerra per la gestione di store che spaziano da attività quasi puramente artigianali fino a grandi negozi che gestiscono prodotti pure a livello internazionale.
 
E ora… ci state facendo caso? Ancora non entro nel discorso SEO della situazione perché per quanto mi piacerebbe, la questione sarebbe decisamente annosa poiché dovremmo iniziare a parlare di quando e come andrebbe scelto il CMS, di come dovrebbe essere il tema e di come andrebbero selezionati “moddati” e/o scriptati i plugin per non avere proprio lo schifo di output (solito) da dare in pasto al motore.

Per come la vedo io, se decidiamo di affidarci ad un CMS è per uno o più dei seguenti motivi:
 
Molta della fatica per fare tutto a mano pur essendo capaci ci viene risparmiata;
• Se non piace al cliente, magari con un plugin e/o due lavoretti su sorgente+CSS si risolve;
Possiamo far scegliere un tema a chi di dovere in maniera preventiva;
Possiamo scegliere un tema ampiamente personalizzabile (si, fanno schifo i vari composer ma cazzo li usano tutti e smezzano i tempi di lavoro, ammettiamolo);
Non abbiamo la preparazione adatta ma vogliamo prenderci un progetto;
Poco pagare per poco avere ma intanto due soldi me li guadagno;
CMS, guida, due risorse online e l’utente s’attacca al beneamato ceppone se non paga amaro.

 
I CMS fanno comodo, PUNTO. Poi certo, i temi che usiamo vengono sviluppati da privati e società che raramente pensano (non che non vogliano eh, ma i composer sono per tutti cazzo) all’aspetto SEO della questione e quindi spesso se non siamo stati attenti, ci troviamo in mano un lavoro che non ha la possibilità di sistemare un h1 o un h2 in maniera decente nemmeno per fare la figuraccia minima davanti ad uno che fa CTRL+U sulla tastiera mentre capita sul nostro progetto. Ma in questo caso torniamo ai due punti iniziali del paragrafo tra sviluppo proprietario e precotto, quindi probabilmente, il discorso un po’ worka.
 

E come il Getter, sono pensabili in combo diverse

Ho preso appositamente Space Robot (quì da noi, prima serie come Space e a seguire, con l’evolversi del cartone, Getter anche se s’è sempre chiamato così) perché è composto da 3 navicelle che a seconda dell’evenienza danno vita a tre robot giganti, ognuno con le sue peculiarità ed ognuno con il suo pilota, specialista in un ambito di combattimento.
L’ho fatto perché capita spesso su progetti importanti e che meritano attenzioni speciali, di non poter essere noi unico perno decisionale dei lavori, dei flussi realizzativi e dei piani di intervento durante e dopo il rilascio della prima stesura.
 
Le eventualità che sia tutto in mano ad una sola persona normalmente sono molto ridotte, ed è anche necessario che sia così, perché come mi piace dire spesso, “ad ognuno il suo mestiere” e quindi, per varie fasi di implementazione, bisogna saper delegare, saper lasciare il tutto in altre mani ed affidarsi ad una navicella 1 differente, “accontentandoci” di essere la parte 2 o 3, ma rimanendo sempre coscienti che il gigante ferroso, senza di noi non starebbe in piedi comunque, quindi consapevoli di avere un ruolo importante, indipendentemente dalla posizione finale nel gigantone formatosi.
 
Voglio sottolineare poi in maniera altrettanto importante due cose, una realistica ed una più nerd che è stata alla base della decisione del Getter come ospite di oggi.
 
1) Possiamo decidere di iniziare a lavorare partendo da ognuno dei 3 perni principali. Nel post, io per esempio ho messo la mia area di competenza al terzo posto, prediligendo “in testa” un obiettivo finale di usabilità, ma realisticamente potrebbe essere la mia parte del mestiere il nocciolo principale del problema, o ancora potrei iniziare a far concepire delle tavole apposite per tutta l’UX e poi sbattermi per realizzare il tutto. L’importante poi è che l’unione finale, porti il lavoro di tutti ad un unico, grosso, corposo, molto bene armato, incattivito e persuasivo robottone gigante al servizio di tutti.
 
2) Il Getter Robot è il primo della storia dei super-robottoni anni ’80 a non effettuare un agganciamento meccanico vero e proprio delle varie parti, ma piuttosto si protrae in una sorta di metamorfosi “molto plastica” dell’aspetto finale dell’oggetto, dovuta alle varie combinazioni dei 3 elementi originali.
 
Questa cosa ESAGERATA, “fitta” per me in maniera spaventosa con il concetto che volevo far passare oggi, per cui un progetto online diventa davvero efficace e performante avendo sì, tutte e tre queste forze ben impiegate, ma è possibile sfruttarle al meglio anche se in tempi e momenti diversi.

Tool e aiuti per “scoutare”, “findare” e “craftare” progetti online degni di una UX ben fatta

Ultime cose per due link a strumenti online che possono aiutare a migliorare la User Experience degli utenti sul vostro progetto online.
 
In cima a tutti metterei Hotjar, che grazie a quelle che sono mappe di calore ci permette di capire quali sono ad esempio i “punti” maggiormente cliccati della nostra interfaccia e ci da quindi la possibilità di migliorare/spostare/eliminare le zone meno cliccate o anche spingere maggiormente quelle che generano un risultato utile. Tra le varie opzioni disponibili c’è anche quella di poter registrare cosa fanno i visitatori del tuo sito web, e di scaricare rapporti molto precisi. Tra i vari pacchetti nella zona pricing, ce ne sta anche uno “forever free”, con un paio di migliaia di visualizzazioni di pagina giornalieri, utilissimo per prove o per chi inizia.
 
Una menzione particolare va anche a Balsamiq Mockups. Balsamiq è uno strumento rapido per il wireframing che ti aiuta un sacco a lavorare in maniera rapida dandoti la sensazione di realizzare uno sketch su un’agenda, ma utilizzando invece un computer. Rapido, veloce e decisamente intuitivo ti permette di passare velocemente da un lavoro di puro pensiero ad un wireframe usabile e utile per chi lo dovrà utilizzare.
 
Per tutto il resto, suggerirei sempre gli strumenti di casa Google come Analytics per monitorare il solito traffico e capire bene dove possono esserci lacune, frequenze di rimbalzo troppo alte e pagine per nulla visitate.
 

E as usual… il robottone non volete Googlarlo?

Anche oggi, visto che ho invitato a casa di Goldrake un altro amico ferroso degli anni che furono, vi lascio con una foto stupenda trovata online su un blog full Jappo e con la sigla ufficiale della serie Space Robot (la prima ad arrivare da noi), cantanta dai Mini Robots.
 


 
Come sempre, a buoni conti dovrei aver detto un po’ tutto.
Alla prossima cari, magari con qualche altro approfondimento tecnico.
Saluti Pigri

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Web Designer/Grafico/Nerd e SEO con insane tendenze al Copywriting. Scrivo quello che penso. Ah! Non fate caso a Goldrake, è che non sapevo dove parcheggiarlo!

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